ALESSIO BUTTI
  newsletter n.99 del 5 dicembre 2008

mercoledì 10 dicembre 2008 15.09

 

NEWSLETTER del 05.12.2008

 

1) INTERVENTO SEN. BUTTI DURANTE IL CONVEGNO SUL FEDERALISMO

2) ABOLIRE LE PROVINCE- EDITORIALE DI LIBERO DEL 5.12.2008

 

3) LE MISURE ANTICRISI VARATE DAL GOVERNO

 

4) UNA LEGGE PER GLI STADI. INTERVISTA DEL "NERAZZURRO" AL SEN. BUTTI DEL 30.11.2008

1) INTERVENTO SEN. BUTTI DURANTE IL CONVEGNO, PATROCINATO DAL SENATO E ORGANIZZATO DALL' ASSOCIAZIONE CULTURALE CIRCOLI BLU CONSERVATORI EUROPEI: "Il federalismo istituzionale e fiscale: una riforma complessa per coniugare l'efficacia delle norme all'efficienza delle autonomie locali, al servizio del cittadino", di sabato 29 novembre

 

"Perché questo convegno? Per fare chiarezza in quanto ognuno ha il proprio federalismo. Autonomia statutaria delle regioni, secessione, devolution, decentramento spinto...praticamente una Babele.

Ora però siamo di fronte ad un Disegno di Legge delega sul federalismo fiscale in attuazione di quanto previsto dall’articolo 119 della Costituzione...una legge ordinaria che delega a successivi decreti legislativi la definizione dei contenuti specifici.

Una grande riforma richiede tempo ed attenzione.

Qualche preoccupazione c’è, pur condividendo i principi ispiratori della riforma. Le preoccupazioni si chiamano: meccanismi di perequazione, disciplina del patto di stabilità, fonti di finanziamento, spese relative alle funzioni da esercitare, sussidiarietà orizzontale e verticale con il coinvolgimento necessario del terzo settore e comunque del privato…

La sussidiarietà è di grande importanza perché i servizi devono essere forniti al cittadino dal livello di governo più basso, per essere efficienti.
Abbiamo idee sufficientemente chiare per non cadere nella trappola dell’Italia a due o più velocità e per evitare la moltiplicazione dei centri di spesa.

Non ci piace il federalismo di tipo competitivo, stile Stati Uniti, ma un disegno europeo, collaborativo ed attento al “sociale”.

Siamo nella fase in cui si può intervenire per costruire i corretti rapporti tra tutte le istituzioni coinvolte nel processo in atto e per sancire e disciplinare il sacrosanto principio della responsabilità degli amministratori nella gestione dei tributi cioè delle entrate e quindi della spesa.

Dobbiamo consentire ai cittadini di verificare se la qualità del servizio locale giustifica l'entità della tassa locale, ecco la responsabilità.

Lo Stato ha ceduto forti competenze legislative e amministrative, ma le regioni e gli Enti locali non si responsabilizzano nell’esercizio delle competenze ricevute prima con la Bassanini del '98 e poi con la riforma costituzionale del 2001…perché? Perché poi lo Stato ripiana i debiti!
Un esempio per tutti: l’organizzazione sanitaria è competenza esclusiva regionale ma lo Stato continua a ripianare i debiti, stile anni '80. I costi per l’erario sono quasi raddoppiati in 10 anni dal '98 al 2008 nonostante le misure di contenimento previste nelle leggi finanziarie di quegli anni.

Questo è il punto. Gli enti virtuosi, a qualsiasi latitudine, devono essere premiati, quelli spreconi no. Dobbiamo passare dalla "spesa storica", cioè l'attuale criterio con cui lo Stato assegna le risorse alle regioni, al "criterio standard".
Dalle risorse assegnate appunto sulla base dell'anno prima e di quello ancora precedente ai trasferimenti fondati sull'efficienza e l'efficacia dei servizi erogati...ecco ancora la responsabilità degli amministratori.

Garantiremo le regioni con minor capacità fiscale, ma con atteggiamento finanziariamente virtuoso, grazie allo strumento del fondo perequativo.

Non si può sbagliare nuovamente. Negli anni '70, quando con colpevole ritardo il governo decise di attuare l'art. 5 della Costituzione creando le regioni, sbagliò tattica e strategia perché le regioni si trasformarono in formidabili moltiplicatori della spesa pubblica centrale e in più divennero un fattore di spesa locale senza alcuna responsabilità degli amministratori...tanto ripianava tutto il governo.

L'art. 5 parla di autonomie locali che non possono essere confuse con il federalismo. Le autonomie sono concessioni di uno Stato che rimane centralista mentre il federalismo è una condivisione della sovranità e non c'è federalismo se non è anche fiscale. Oggi parliamo di altro.

Non si può sbagliare nemmeno sulle parole e sui concetti. Allora è il caso di studiare, simulare, verificare tutto il possibile prima che sia troppo tardi.

Ridurremo la pressione fiscale nonostante il federalismo? La prima bozza Calderoli prevedeva una sorta di razionalizzazione della tassazione immobiliare a favore dei comuni...prontamente stoppata dal PdL. Ricordo anche le dichiarazione del ministro Bossi a sostegno del ritorno dell'ICI.

La questione è complessa. Io dico che "sotto il 40 l'Italia campa, sopra il 40 l'Italia crepa". Riferendomi al 40% di tassazione. E sull'ICI dico che se l'avessimo concepita detraibile dall'IRPEF avremmo raggiunto lo stesso obiettivo salvando il rapporto con i comuni.

L'amministrazione periferica è culturalmente pronta ad affrontare la sfida? Riusciremo a tagliare i costi della politica e non solo? Come? Cerchiamo di capirlo oggi.

Ricordo che il denominatore comune di tutti i programmi era certamente il federalismo fiscale accompagnato, però, alla riforma istituzionale che comprendeva l’abolizione delle province. Nel 2001 la sinistra approvò la riforma, che prevede le province, del titolo V con 4 voti di scarto e lo fece allo scadere della Legislatura, alla faccia della condivisione.

Sopprimere le province significa modificare la Costituzione e quindi un doppio passaggio parlamentare, ma se ci fosse l'accordo i tempi sarebbero più stretti. Inoltre i decreti attuativi richiederanno almeno due anni di "assestamento".

La politica ha cambiato idea sulle province? Può essere, ma almeno tagliamo drasticamente tutti quegli enti, quelle società, quelle comunità, quelle assemblee che intersecano le proprie competenze con quelle delle province...e che costano una valanga di denaro pubblico.
Nessuna polemica locale. Va da sé, però, che alla robusta diminuzione dei parlamentari nazionali debba essere aggiunta quella dei consiglieri regionali e degli amministratori locali in genere.
Basta leggere un po' di storia per comprendere che mentre le regioni ed i comuni sono necessari al federalismo le province rappresentano un corpo intermedio estraneo.

Quando nel 1861 si costituì, il Regno d'Italia assunse il modello centralista francese (non quello autenticamente federalista inglese) per la propria organizzazione: nessuna regione e molte province che nella Francia post-rivoluzione furono chiamate dipartimenti con a capo un prefetto imposto, spegnendo ogni anelito federalista.

Era il trionfo di un forte statalismo. Il fascismo stesso trovò nell'organizzazione totalitaria delle province il sistema perfetto.

L'Italia democratica promosse un sistema misto mantenendo il prefetto ed eleggendo il presidente della provincia, ma la provincia resta figlia di una impostazione storica fortemente centralista.

Oggi ci sono 110 province, la Sardegna ne ha 8. La provincia dell'Ogliastra conta 58 mila abitanti. E' un sistema che "occupa" oltre 4 mila amministratori retribuiti, più il cosiddetto indotto. L'abolizione produrrebbe un risparmio notevolissimo allo Stato.

Non esiste un paese federale che abbia le province. In Svizzera il potere è ripartito tra il governo federale e i Cantoni. Negli USA tra il governo federale e gli States. In Germania tra il governo e i Lander dentro i quali ci sono i comuni e non le province. Al massimo le unioni dei comuni nelle zone più remote ed impervie.

Allora evitiamo battaglie di retroguardia e parole d'ordine, mettiamo da parte le bandierine e lavoriamo il tempo necessario, meglio se d'accordo con l'opposizione, per attrezzare il Paese, istituzionalmente e finanziariamente, ad affrontare le sfide del futuro che, almeno per i prossimi anni, impegneranno duramente la politica."

 

2) ABOLIRE LE PROVINCE

 

"Prima Vittoria", estratto dell'editoriale di Gianluigi Paragone, da Libero del 5.12.2008

«Basta nuove Province». L’impegno esce direttamente dalla bocca di Giulio Tremonti, negli studi di Porta a Porta, sollecitato da Oscar Giannino. Alleluja. Con questa mossa il governo non resta con il cerino in mano. È pochino? Per non essere disfattisti, diciamo che è un qualcosa, un inizio. Un antipasto: vorrà dire che le portate succulente arriveranno dopo. Ci contiamo. Certo, Libero non si può fermare all’inizio della salita. L’obiettivo è ben più ambizioso e il traguardo non può essere ravvicinato per amicizia: saremmo scorretti. I lettori chiedono il superamento totale delle Province, per poi salire di un livello e sollecitare ancora altri cambiamenti. Tuttavia, non si può negare che qualcosa si è mosso, la sordina è stata tolta e il Palazzo ha acceso i motori. Ringraziamo. Dire stop alle nuove Province vuol dire mandare un segnale politico. L’impegno di Tremonti è un impegno ufficiale che si riverbera sull’esecutivo. Avevamo già raccontato, ieri, dell’orientamento di Berlusconi verso la campagna di Libero. Ci avevano detto che il primo messaggio doveva essere nel senso di bloccare i progetti di legge sulla costituzione di nuovi enti. Ebbene, Tremonti ha ufficializzato questa posizione. (...) (...) «Mi impegno a bloccare la creazione di questi nuovi enti»(...).

 

 

 

 

3) LE MISURE ANTICRISI VARATE DAL GOVERNO IL 28.11.2008

Alla luce della delicata congiuntura economica internazionale il Governo interviene con un pacchetto di rilevanti misure volte direttamente ed indirettamente ad alleviare gli effetti negativi che l’attuale globale recessione economica provoca sulle famiglie e sui soggetti più bisognosi, ma anche sull’economia e sul mondo della produzione.

     

MISURE PER LE FAMIGLIE

 

 

·        I cittadini residenti che compongono un nucleo familiare a basso reddito da lavoro dipendente o pensione o redditi assimilati riceveranno un bonus straordinario tra i duecento ed i mille euro, parametrato al numero dei componenti del nucleo familiare e a seconda che in famiglia vi siano portatori di handicap;

  • i mutui per l’acquisto della prima casa non potranno superare il 4% e, per i mutui già stipulati, lo Stato si accollerà l’eventuale parte eccedente;
  • le tariffe vengono bloccate o ridotte per tutte le forniture abituali (fuorché l’acqua) fino al 31 dicembre 2009;
  • dal 1° gennaio 2009 le famiglie economicamente svantaggiate che hanno diritto all’applicazione delle tariffe agevolate per la fornitura di energia elettrica avranno anche diritto alla compensazione della spesa per la fornitura digas naturale;
  • in aiuto ai lavoratori pendolari sono bloccati i pedaggi autostradali e le tariffe ferroviarie sulle tratte regionali;
  • previsto un prestito (a tasso particolarmente agevolato) alle famiglie nel cui ambito avvengano nuove nascite, al fine di supportare le spese connesse alle esigenze dei primi anni di vita.
  • carta acquisti”, La Carta spetta ai cittadini ultrasessantacinquenni e alle famiglie con figli di età inferiore ai 3 anni che abbiano un reddito fino a 6.000 euro. Per chi ha più di 70 anni, la soglia di reddito è 8.000 euro.

MISURE A SOSTEGNO DELL'ECONOMIA E DELL'IMPRESA

·         L’imposta sul reddito delle società e l’imposta regionale sulle attività produttive vengono ridotte di tre punti percentuali;

·         prorogata la detassazione dei salari di produttività con innalzamento da 30 a 35.000 euro del reddito massimo per beneficiare dell’aliquota agevolata e con innalzamento da 3 a 6.000 euro del salario di produttività agevolato fiscalmente;

·         il sostegno “in deroga” al reddito di coloro che perdono il lavoro sarà garantito dal nuovo Fondo sociale per l’occupazione e la formazione, nel quale confluisce anche il Fondo occupazione per gli ammortizzatori in deroga, finanziato per un miliardo e 26 milioni di euro;

·         la detassazione riguarderà anche i militari e le forze dell’ordine e di soccorso.

·         l’IVA verrà pagata al momento dell’effettiva riscossione dei corrispettivi;

·         vengono ridotti i costi amministrativi sostenuti dalle imprese e viene prevista la revisione degli studi di settore, soprattutto in talune aree del Paese, per rimodulare gli indicatori di reddito agli effetti della congiuntura;

·         al fine di incentivare il rientro in Italia di ricercatori residenti all’estero viene previsto che siano fiscalmente imponibili solo per il dieci per cento;

·        accelerazione  delle procedure per la realizzazione di opere, comprese quelle di messa in sicurezza delle scuole;

·        interventi a sostegno dei trasporti pubblici locali e delle ferrovie;

·        ulteriori misure di lotta e contrasto all’evasione fiscale.

 

4) "Il NERAZZURRO", periodico dell'Atalanta, DEL 30.11.2008

 


INTERVISTA DI GIORGIO LAZZARI AL SEN. ALESSIO BUTTI

 

"Una legge per gli stadi"

Stop agli interventi tampone, in favore

di un piano strategicamente funzionale

che garantisca la fruibilità, la sicurezza

e l’accessibilità agli stadi da parte delle

società sportive, dei cittadini e delle loro

famiglie. Il tutto realizzabile grazie ad investimenti

privati, di concerto con le istituzioni

locali.

Il disegno di legge presentato lo scorso 6

novembre dal senatore di

Alleanza Nazionale, Alessio

Butti, insieme a Giovanni Lolli

(Pd) punta finalmente a trovare

una soluzione per modernizzare

impianti divenuti ormai scomodi

e obsoleti. Secondo la ricetta

del senatore lo stadio dovrà

essere concepito come uno spazio

polifunzionale costruito preferibilmente

in periferia, una

sorta di agorà dove si possa assistere

anche alla proiezione di

un film, fare shopping, pranzare

con gli amici.

Qual è l’obiettivo più importante

che si pone il disegno di

legge bipartisan presentato

insieme al senatore Giovanni

Lolli?

Tra gli stadi italiani, si annoverano

126 strutture utilizzatedal calcio professionistico, di cui 69 hanno

una capienza inferiore ai 10.000 posti. Taliimpianti sono datati (l’età media è di 67anni), poco confortevoli e non pienamenterispondenti agli standard di sicurezza (nonostantegli sforzi degli ultimi anni generatidal Decreto Pisanu e dalla legge 4 aprile2007 n. 41).

Ma la situazione peggiora se si analizzanoi dati relativi alle arene, ai palazzottidello sport e alle infrastrutture utilizzate daaltre discipline sportive (si pensi soltantoalla scherma o alla ginnastica artistica): gliimpianti esistenti sono costruiti senza requisitidi polifunzionalità, non sono integratinel tessuto sociale, mostrano carenze sotto

il profilo della gestione.

In Italia abbiamo impianti sportivi fatiscenti,privati che vorrebbero investire edenti locali che non hanno un euro ma spessosono proprietari degli stessi

impianti. Abbiamo pensato di

offrire ai privati certezze sui

tempi delle procedure e ai

comuni la possibilità di accedere

a fondi assegnati al credito

sportivo realizzando una proposta

che, al momento, sembra

godere di simpatie diffuse”.

Al di là dell’iter parlamentare,

quali sono le problematiche

che dovranno essere superate

perché uno stadio diventi una

sorta di “social arena"?

Abbiamo introdotto la definizione

di “impianto multifunzionale

o polifunzionale” perché

l’impianto, non solo per

remunerare rapidamente l’investimento

dei privati, ma anche

per intercettare le tendenze

sociali, non deve contenere solo calcio.

Deve essere aperto a più discipline, deve

diventare una nuova agorà dove si possa

vedere un film, uno spettacolo teatrale,

mangiare qualcosa, fare shopping, rilassarsi

al centro benessere...tutto questo prevedeprecise disposizioni di carattere

urbanistico”.

Secondo lei il futuro degli stadi è solo inperiferia o gli impianti sportivi possonoanche convivere con abitazioni e il centrodi una città?

Non secondo me, ma secondo una tendenzain atto, quasi un’esigenza sociale, piùlo stadio è periferico è meglio è per tutti. Glistadi sono tutti sottoposti a vincoli urbanisticie monumentali, spesso sono situati al centrodelle città e possono generare problemidi ordine pubblico e sicurezza.

In tale contesto, si è assistito ad una scarsapropensione all’investimento da partedelle pubbliche amministrazioni, degli investitoriprivati e delle stesse società sportive.

A più livelli istituzionali si è manifestata

la volontà politica di risolvere il problema,

trasferendo gli stadi fuori dalle città, per consentireuna riqualificazione del territorio,per rispondere al bisogno di sicurezza manifestatain modo crescente dai cittadini egarantire migliore vivibilità al tessuto urbano.

Le molteplici difficoltà burocratiche,

amministrative e finanziarie, che impedisconol’edificazione di uno stadio in meno di 8anni però scoraggiano investitori privati”.

Il disegno di legge prevede una sinergiatra società di calcio ed enti locali, che oggicontrollano praticamente la totalità deglistadi in Italia. Ma si tratta di due soggetti

che spesso si vedono contrapposti nel difenderei rispettivi interessi. In che modopotrebbe esserci un accordo?

Come dicevo prima, un soggetto economicoche ha voglia di investire, che non èdetto debba essere per forza la squadra dicalcio, deve essere messo nelle condizionidi farlo. Oggi per costruire un’opera pubblicada 50 milioni di euro occorrono anchesei anni tra procedure burocratiche e fasi diprogettazione. Al privato vanno offertegaranzie sui tempi e sulla fattibilità dell’intervento,al comune va ribadito che il “potereamministrativo” di gestione del territorio èsempre suo ma con tempi e snellezza diversa.

Alla luce di ciò due soggetti volonterosi

non possono non trovare un accordo”.

Stadio negli ultimi anni fa rima con

violenza. Purtroppo una domenica di calcioviene ricordata più per gli incidenti egli episodi di violenza che per le gesta diquesta o quell’altra squadra. Quando siriusciranno a vivere domeniche di festa

allo stadio?

Le leggi oggi sono molto più rigorose che

in passato. Questa proposta di legge, lavorandoanche a vantaggio della sicurezza e delconfort delle strutture, mira a riportare allostadio le famiglie. A socializzare l’evento”.

Non crede che nel calcio faccia tutto dacontraltare con gli spropositati interessieconomici?

Il calcio (quale primo sport nazionale)

genera un giro di affari annuo di più di 6

miliardi di euro, quasi mezzo punto di PIL

(dato: Innovare Stadi). Di questi, solo una

piccolissima parte, neppure 250 milioni di

euro, pari a meno del 5%, proviene dall’incassodegli stadi. La parte del leone la svolgono gli sponsor e i diritti tv. Non mi scandalizzache nel calcio girino cifre da capogiro,anche perchè grazie al calcio dovrebberosopravvivere, in funzione della mutualitàgià prevista dalla legge, anche le discipline

minori. Il meccanismo della mutualità

è inceppato e noi vogliamo farlo ripartire. Avantaggio anche dei più deboli, dei vivai e

delle strutture sportive”.

Che responsabilità hanno gli organi di

informazione che invece di abbassare i tonispesso fomentano liti e discussioni nei varistudi televisivi, tutt’intorno ad un tavolo adanalizzare per mezzora un’azione allamoviola?

Fortissime. Le parole di qualche giornalistao opinionista fanno più danni di uncolpo di fucile. La violenza verbale dei talkshow sportivi è dannosa, ma si ripete perchéal parossismo della lite gli ascolti schizzanoe se schizzano gli ascolti arrivano glisponsor. E’ un circolo perverso che vorremmoevitare appellandoci al buon senso deiconduttori, degli opinionisti e...anche degli

sponsor”.

Qual è, oltre alle televisioni a pagamento,la causa della diminuzione degli spettatoriche si recano negli stadi? E’ comprensibileche una famiglia abbia paura ad andare

a tifare la propria squadra del cuore?

In molti stadi la visuale è impossibile. I

giocatori sono lillipuziani visti dagli spalti.

lo stadio dal vivo non offre il replay. Lo stadioitaliano non è accogliente come quellotedesco o inglese. I biglietti costano troppoe poi c’è il solito discorso sulle famiglie esulla sicurezza”.

Quale futuro vede per il calcio “made

in Italy”?

Se non si pone un limite alla presenza

degli stranieri in campo, il calcio made in

Italy conoscerà una crisi profondissima

della quale avvertiamo già i prodromi”.

Per risolvere le problematiche italiane reggonosecondo lei i paragoni con gli altripaesi (Inghilterra in primis)?

Quanto accade altrove è utile per capire

ed intervenire, ma non si possono importaresic et simpliciter modelli che non ciappartengono culturalmente”.


 

 

 

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